L’illusione del salotto: la fine di Enrico De Pedis
A metà degli anni Settanta, nel quartiere romano di Trastevere, il confine tra la sopravvivenza quotidiana e la piccola criminalità è sottile come un foglio di carta. Tra le stradine di Testaccio e i vicoli vicini al Tevere, le “batterie” locali muovono i primi passi gestendo scippi, rapine a mano armata e scommesse clandestine. È un ambiente caotico, segnato da una violenza d’impatto, istintiva e priva di una vera visione a lungo termine.
Capitolo 1: La polvere e il marciapiede

In questo contesto si muove Enrico De Pedis, noto a tutti semplicemente come “Renatino”. Giovane, curato nell’aspetto e all’apparenza distinto rispetto alla media della malavita rionale, De Pedis affina le sue capacità operative sul campo. Partecipa ad azioni dirette, finisce in carcere nel 1977 a Regina Coeli per una rapina, ma è proprio dietro le sbarre che matura una lettura diversa della strada.
Mentre i suoi coetanei vedono nel colpo grosso il fine ultimo della carriera criminale — soldi facili da consumare in fretta tra automobili, lusso sfrenato e scommesse —, De Pedis intuisce prima degli altri un limite strutturale di quel modello: la violenza da sola produce soltanto risposte immediate da parte dello Stato e condanne pesanti.
Quando nasce il progetto della Banda della Magliana, dall’unione informale delle diverse batterie romane guidate da figure come Maurizio Abbatino e Franco Giuseppucci, De Pedis entra nel gruppo dirigente apportando la forza d’urto del gruppo di Testaccio. Roma viene divisa in zone d’influenza per il controllo del mercato della droga e del gioco d’azzardo, garantendo un’affluenza costante di liquidità mai vista prima nella capitale.
Ma l’atteggiamento di Renatino si distingue fin da subito. Non cerca l’ostentazione coatta delle armi o la leadership carismatica sulla piazza; considera la strada esclusivamente come una risorsa primaria da cui estrarre capitale. Per De Pedis, la violenza delle batterie non è un’identità di cui andare fiero, né un codice d’onore: è semplicemente un mezzo grezzo, temporaneo, utile unicamente a raccogliere la cassa di partenza. La vera partita si giocherà altrove, lontano dal marciapiede.
Capitolo 2: La finanza dell’ombra
All’inizio degli anni Ottanta, mentre le strade della capitale sono scosse da regolamenti di conti quotidiani e sequestri di persona, Enrico De Pedis compie la sua personale rivoluzione strategica. Comprende che la violenza bruta ha un rendimento decrescente: attira le attenzioni delle forze dell’ordine, genera ritorsioni e lascia tracce indelebili. Il vero salto di qualità risiede nella trasformazione del denaro sporco in capitale apparentemente lecito.
Mentre una parte della Banda della Magliana continua a ostentare il guadagno rapido attraverso macchine di lusso e uno stile di vita sfrenato, De Pedis adotta una condotta diametralmente opposta. Inizia a reinvestire sistematicamente i proventi del traffico di stupefacenti e delle rapine in un settore assai più redditizio e discreto: l’usura e l’acquisizione di attività commerciali nel cuore di Roma.
Attraverso una rete capillare di prestanome e intermediari incensurati, il gruppo di Testaccio guidato da De Pedis inizia a finanziare commercianti in difficoltà, ristoratori, imprenditori edili e persino personaggi del mondo dello spettacolo. Il meccanismo è collaudato: la liquidità immessa a tassi usurari consente di rilevare quote societarie o interi immobili quando i debitori non riescono a far fronte ai pagamenti. Ristoranti nel centro storico, boutique di alta moda, societa’ immobiliari e boutique finanziarie diventano la facciata pulita di un flusso costante di contante.
De Pedis intuisce prima dei suoi sodali che per gestire questo livello di affari non servono le pistole, ma le relazioni. Inizia a frequentare ambienti estranei alla malavita tradizionale, facendosi notare in circoli riservati e trattando con figure della finanza borderline. In questa fase si consolida la sua convinzione intima: la distanza tra il marciapiede da cui proviene e i salotti che contano è solo una questione di fatturato e di presentazione. Un’illusione destinata a diventare la sua ossessione principale.
Capitolo 3: L’abito di sartoria
Con il progredire degli anni Ottanta, la trasformazione di Enrico De Pedis cessa di essere soltanto una strategia finanziaria e diventa un’identità esibita. A differenza dei compagni d’armi che continuano a frequentare le borgate vestiti con tute sportive e catene d’oro, Renatino sceglie l’impeccabilità formale. Indossa abiti confezionati dalle migliori sartorie romane, cura la propria immagine nei minimi dettagli e fa del contegno felpato la sua cifra distintiva.
Il suo centro di gravità si sposta definitivamente dai quartieri periferici al cuore pulsante della capitale. Frequenta i ristoranti più esclusivi tra Piazza Navona e Campo de’ Fiori, si muove con disinvoltura nei circoli frequentati dalla Roma “bene”, stringe legami con professionisti, commercianti di alto bordo e personaggi legati a settori deviati delle istituzioni. Per l’opinione pubblica e per chi lo incontra nei salotti, De Pedis non ha l’aspetto né la postura del malavitoso: appare come un imprenditore riservato, un uomo d’affari facoltoso e generoso, capace di muovere ingenti somme di denaro con una semplice telefonata.
Questa metamorfosi, tuttavia, crea una spaccatura insanabile all’interno della Banda della Magliana. Mentre De Pedis consolida la sua posizione nel tessuto economico legale, i vecchi soci — come Maurizio Abbatino, Marcello Colafigli e Edoardo Toscano — continuano a pagare il prezzo della strada. Molti di loro finiscono nelle maglie delle maxi-inchieste della magistratura, affollano le celle di Rebibbia e Regina Coeli e devono affrontare costi legali enormi per evitare l’ergastolo.
Il distacco fisico ed estetico di De Pedis diventa così il simbolo di una separazione ben più profonda. Renatino si considera ormai oltre la banda, proiettato in una dimensione superiore dove la violenza rozza del marciapiede è soltanto un ricordo imbarazzante da nascondere sotto un abito di taglio perfetto. Ma la strada, che non dimentica, osserva questa trasformazione con un rancore che accumula pressione giorno dopo giorno.
Capitolo 4: Il sordo rancore delle gallerie
A partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, il cortocircuito all’interno di ciò che era stata la Banda della Magliana diventa irreversibile. La spaccatura non è soltanto ideale o di stile di vita, ma tocca l’elemento fondamentale su cui si era fondata l’alleanza originaria: la cassa comune.
Nel patto d’onore della prima ora, le diverse batterie avevano stabilito che una quota consistente dei profitti di ogni attività illecita dovesse confluire in un fondo collettivo. Quei soldi servivano a garantire il sostentamento dei membri arrestati, a pagare i migliori collegi difensivi, ad assicurare un vitalizio alle famiglie dei detenuti e a finanziare i tentativi di evasione. Ma quando Renatino De Pedis sposta il centro dei suoi interessi verso l’usura ad alti livelli, l’immobiliare e i mercati finanziari, le regole del gioco cambiano.
De Pedis smette progressivamente di alimentare la cassa comune con i proventi delle sue nuove e imponenti operazioni finanziarie. Agli occhi dei compagni rimasti al fresco o ancora operativi sulle piazze di spaccio della periferia — come Marcello Colafigli, Edoardo Toscano e lo stesso Maurizio Abbatino —, De Pedis non è più un socio, ma un traditore che si è arricchito con il sangue e il lavoro di tutti per poi voltare le spalle al gruppo. L’accusa è precisa e pesante: Renatino usa il capitale di partenza della banda per fare il manager in proprio, nega i fondi per gli avvocati dei sodali alla sbarra e guarda dall’alto in basso gli stessi uomini con cui un tempo divideva le rapine e le perquisizioni.
Dentro le sezioni di massima sicurezza dei carceri italiani e nei covi dei latitanti inizia a circolare una sola parola d’ordine: vendetta. Si susseguono incontri clandestini, ambasciate e messaggi criptati. De Pedis avverte la pressione e aumenta i livelli di protezione personale, ma commette un errore di valutazione letale: convinto che la sua nuova rete di protezioni “alte”, le sue conoscenze nei salotti bene e la sua potenza economica lo rendano intoccabile, sottovaluta la cieca ferocia della strada da cui proviene. La paranoia cresce, mentre attorno a lui si stringe una ragnatela di rancore che attende soltanto il momento propizio per scattare.

Capitolo 5: Il colpo in via del Pellegrino
È la mattina di venerdì 2 febbraio 1990. Roma è immersa nella routine quotidiana di un inverno mite e Enrico De Pedis, trentacinquenne, si muove nel cuore del centro storico con la disinvoltura di chi si sente padrone dello spazio urbano. Ha appena ritirato un abito di taglio sartoriale ed è salito a bordo del suo motorino per percorrere le stradine che collegano Campo de’ Fiori a via del Pellegrino. Non porta armi con sé; la sua protezione, crede, è affidata al peso dei suoi libri contabili, alla fitta rete di contatti ad alto livello e alla sua reputazione di intoccabile.
Ma la strada non ha dimenticato e l’appuntamento con il saldo del conto è già fissato. Ad attenderlo c’è una trappola preparata nei minimi dettagli dai suoi ex compagni della Magliana, coordinati da Marcello Colafigli ed eseguiti materialmente da killer ingaggiati per chiudere la partita. Un incontro d’affari apparentemente banale, fissato con una scusa economica, serve a smantellare le ultime difese di De Pedis e a portarlo esattamente dove i suoi nemici lo vogliono.
Mentre percorre via del Pellegrino, una moto di grossa cilindrata gli si affianca a velocità ridotta. In una manciata di secondi, il miraggio del manager rispettabile crolla rovinosamente. I sicari scaricano una raffica di colpi a bruciapelo. De Pedis non ha nemmeno il tempo di accorgersi di ciò che sta accadendo: viene raggiunto alla schiena, perde il controllo del mezzo e stramazza sull’asfalto davanti agli occhi terrorizzati dei passanti e dei negozianti della via.
Quando la polizia e i soccorsi arrivano sul posto, trovano il corpo di “Renatino” steso a terra. Addosso non ha pistole o munizioni, ma agendine zeppe di numeri di telefono riservati, ricevute di versamenti bancari, assegni e documentazione finanziaria. A terra non resta un re della finanza d’ombra né un dominatore dei salotti capitolini, ma solo il cadavere di un uomo che aveva creduto di poter ripulire il proprio passato e che è stato brutalmente richiamato all’ordine dal codice della violenza che egli stesso aveva contribuito a creare.
Capitolo 6: L’eredità delle ombre
La raffica di via del Pellegrino non chiude soltanto l’esistenza di Enrico De Pedis a trentacinque anni, ma sigilla definitivamente la parabola della Banda della Magliana. Senza la sua capacità di far fruttare i capitali e di gestire i rapporti con l’esterno, ciò che resta dell’organizzazione si sfalda rapidamente in una scia di vendette incrociate, delazioni e arresti che ne decretano la fine operativa nel giro di pochi anni. I vecchi sodali che ne avevano ordinato la morte non riottengono la cassa comune perduta: finiscono quasi tutti ergastolani, protetti di giustizia o eliminati a loro volta nei vicoli della capitale.
L’ossessione di De Pedis per la rispettabilità borghése troverà una grottesca appendice negli anni successivi. La sua sepoltura nella basilica di Sant’Apollinare a Roma — concessa nel 1990 per mezzo di una controversa sepoltura riservata ai benefattori — trasformera la figura di “Renatino” in un caso politico e mediatico che durerà oltre vent’anni, fino alla traslazione e alla cremazione della salma nel 2012. La ricerca di un’immunità sociale condurrà soltanto all’ennesima profanazione del suo nome, consegnato alla storia della cronaca nera senza alcuna aurea di grandezza.
Saldo e Conseguenze
Enrico De Pedis muore da incensurato per i reati più gravi legati alla banda, ma da sconfitto sul piano strategico. Il saldo della sua vita è un bilancio fallimentare: il patrimonio accumulato viene sequestrato o disperso, la rete di protezioni “alte” si dissolve al primo colpo di pistola e la tanto cercata distinzione dalla criminalità di strada si infrange proprio sulle logiche di rivalsa di quell’ambiente che pensava di aver dominato.
Ieri come Oggi
La parabola di De Pedis illustra il cortocircuito sistemico di chi crede di poter utilizzare il capitale criminale per comprare la rispettabilità borghese. Oggi come allora, il miraggio di ripulire le proprie origini attraverso il riciclaggio e le relazioni d’affari si scontra con una realtà immutabile: il crimine organizzato non prevede uscite d’emergenza ed esige sempre il saldo dei conti da chi tenta di spezzare i patti originari.

