L’enigma del quarto piano: il telefono muto e i ventinove colpi — Il delitto di via Poma
L’enigma del quarto piano: il telefono muto e i ventinove colpi — Il delitto di via Poma

L’enigma del quarto piano: il telefono muto e i ventinove colpi — Il delitto di via Poma

— Dal 1990 · 36 anni fa —

Un pomeriggio di agosto nel quartiere Prati. Una ragazza di ventun anni viene ritrovata priva di vita all'interno degli uffici chiusi dove lavorava come contabile. Nessun segno di effrazione, l'arma del delitto mai rinvenuta, un'agenda misteriosa scomparsa e una serie di piste investigative — dai sospetti sul portiere ai verbali sulle tracce ematiche — che per oltre trent'anni si sono infrante tra proscioglimenti, assoluzioni definitive e perizie genetiche contrastanti.

Martedì 7 agosto 1990. Roma è una distesa di cemento rovente, svuotata dalle ferie estive e paralizzata da una bolla di calore che supera i trentaquattro gradi. Nel quartiere Prati, un elegante rettangolo borghese a ridosso del Tevere, le tapparelle abbassate dei palazzi umbertini segnano il ritmo di una città che ha sospeso le sue attività. In via Carlo Poma, al civico 2, il silenzio del cortile interno è rotto soltanto dal ronzio dei condizionatori e dai passi veloci di una ragazza di ventun anni.

Capitolo 1: Il pomeriggio di un martedì d’agosto

Si chiama Simonetta Cesaroni. È alta, ha i capelli castani tagliati corti e indossa un paio di pantaloni corti blu, una maglietta bianca e un paio di orecchini a cerchio. Non è un’impiegata di lungo corso: lavora come contabile per la Volponi S.r.l., una ditta di installazione di impianti antifurto, che a sua volta le ha affidato un incarico contabile part-time presso i vicini uffici dell’A.I.A.G., l’Associazione Italiana Alberghi della Gioventù. È il suo terzo martedì in quell’appartamento al quarto piano dell’interno 7.

Simonetta arriva attorno alle 15:00, accompagnata in metropolitana dalla sorella Paola. Le due si salutano alla stazione Subaugusta con un impegno preciso: Simonetta telefonerà a casa o al lavoro del fidanzato per confermare l’orario del rientro, previsto per la prima serata, prima di andare insieme al mare il giorno successivo.

L’interno 7 è deserto. L’ufficio è chiuso al pubblico per la pausa estiva; ci sono soltanto pratiche da riordinare, bilanci da spuntare al computer e schede contabili da archiviare. La ragazza apre la porta blindata, entra nell’appartamento, chiude il portone alle sue spalle e accende il terminale.

Alle 17:30 accade il primo scarto nella linea del tempo. La sorella Paola e la datori di lavoro attendono una chiamata che non arriva. Provano a contattare il numero fisso dell’ufficio di via Poma: il telefono squilla a vuoto, libero, insistente, senza che nessuno sollevi la cornetta. All’interno di quelle stanze immerse nell’ombra delle persiane accostate, il lavoro di inserimento dati si è fermato improvvisamente. Simonetta Cesaroni è svanita nel perimetro di un quarto piano, mentre fuori la città continua a bruciare sotto il sole d’agosto.

Capitolo 2: La scoperta e la scena intatta

Alla stazione di Cinecittà, il cellulare di Paola Cesaroni tace. Sono ormai passate le venti e il silenzio di Simonetta spinge la sorella, insieme al fidanzato Raniero Busco e al datore di lavoro Salvatore Volponi, a muoversi verso via Carlo Poma. Il tragitto verso il quartiere Prati si consuma nell’inquietudine di chi sa che quell’assenza non ha alcuna giustificazione plausibile.

Raggiunto il civico 2 attorno alle ventidue e trenta, la piccola spedizione ottiene le chiavi dell’interno 7 grazie alla portiera della palazzina. La serratura compie due mandate senza opporre resistenza: la porta blindata non presenta segni di effrazione né forzature. L’appartamento è immerso nel buio e nel silenzio soffocante di una serata estiva.

Quando la luce del corridoio fende l’oscurità della terza stanza – l’ufficio occupato dall’A.I.A.G. – la realtà si palesa in tutta la sua drammatica crudezza. Il corpo di Simonetta Cesaroni giace steso sul pavimento, a pancia in su. La scena che si presenta agli occhi dei primi soccorritori e degli uomini della Squadra Mobile guidati da Nicola Cavaliere è un enigma visivo di spietata precisione.

La ragazza è stata colpita con ventinove fendenti inferti con uno stiletto, un tagliacarte o un’arma bianca a lama sottile mai rinvenuta. Ventinove colpi concentrati al collo, al viso e al torso, molti dei quali sferrati quando la vittima era già a terra. Eppure, attorno al corpo, la violenza lascia il posto a un ordine paradossale e raggelante.

Simonetta è parzialmente svestita: indossa soltanto il reggiseno scostato verso l’alto, i calzini bianchi e gli orecchini a cerchio. I pantaloni blu, le mutandine, la maglietta e le scarpe da ginnastica sono stati rimossi con cura e disposti ordinatamente in un angolo della stanza, privi di strappi o lacerazioni violente. La borsa della ragazza è appoggiata sul tavolo, con i documenti personali ma senza le chiavi dell’ufficio.

L’ispezione medico-legale eseguita nelle ore successive confermerà l’assenza di violenza sessuale consumata: l’aggressore ha agito con furia cieca ma ha poi dedicato minuti preziosi a ricomporre parzialmente la scena, a pulire le tracce più evidenti e a chiudere a chiave la porta blindata dall’esterno prima di svanire nella notte romana.

Nessun segno di lotta sulle suppellettili, nessun cassetto in soqquadro, nessuna traccia di effrazione alle finestre. Chi ha ucciso Simonetta Cesaroni è entrato senza forzare, conosceva la disposizione degli ambienti ed è uscito lasciandosi alle spalle un appartamento intonso e ventinove ferite senza risposta.

Capitolo 3: I primi sospetti: il portiere e l’agendina

Nelle ore immediatamente successive alla scoperta del corpo, l’attenzione degli inquirenti si concentra sull’intero perimetro immobiliare di via Carlo Poma 2. È una fortezza borghese composta da sei palazzine, servita da un portierato vigile e da una rete di passaggi interni che rendono difficile per uno sconosciuto muoversi inosservato. In un edificio quasi del tutto svuotato dalle ferie estive, lo sguardo della polizia si posa inevitabilmente su chi ha le chiavi, la gestione degli accessi e una conoscenza capillare di ogni corridoio: Pietrino Vanacore.

Pugliese di cinquantacinque anni, portiere dello stabile da oltre un decennio, Vanacore diventa la figura centrale del primo grande vicolo cieco investigativo. A tradirlo non sono solo le incongruenze sugli orari del pomeriggio del 7 agosto, ma una serie di indizi materiali che sembrano incastrarlo nell’immediato.

Sui calzini e sui calzoncini di Vanacore gli analisti rilevano piccole macchie ematiche. Inoltre, un’agendina tascabile con il marchio Lavazza, trovata tra gli effetti a lui riconducibili, contiene annotazioni e numeri telefonici che spingono gli investigatori a ipotizzare un contatto diretto con la vittima proprio nelle ore dell’aggressione. La pressione mediatica esplode: la stampa e le televisioni individuano rapidamente nel portiere il colpevole perfetto, trasformando il cortile del palazzo in un set a cielo aperto.

Il 10 agosto 1990 Pietrino Vanacore viene sottoposto a fermo di polizia con l’accusa di omicidio volontario. Durante gli estenuanti interrogatori in questura, l’uomo proclama la propria estraneità ai fatti, fornendo una ricostruzione dettagliata dei suoi spostamenti tra le pulizie della palazzina, la spesa e il riposo pomeridiano.

La svolta arriva con i riscontri tecnici dei laboratori della polizia scientifica. Il sangue rinvenuto sugli indumenti di Vanacore non appartiene a Simonetta Cesaroni: è sangue dello stesso portiere, compatibile con una ferita da emorroidi di cui soffriva da tempo. Anche l’ipotesi legata all’agendina Lavazza si rivela un abbaglio investigativo, privo di rilevanza probatoria o di qualsiasi legame con il delitto.

Dopo quasi un mese di custodia cautelare nel carcere di Regina Coeli, il 30 agosto 1990 il Tribunale del Riesame dispone la scarcerazione di Vanacore per mancanza di indizi gravi e concordanti. L’uscita di scena del portiere lascia la Procura di Roma al punto di partenza: l’ipotesi del delitto maturato nell’ambiente di portierato crolla, mentre l’arma del delitto, i vestiti mancanti e l’identità dell’aggressore rimangono sommersi nel silenzio di via Poma.

Capitolo 4: Il sangue di un estraneo: la pista del datore di lavoro

Con l’uscita di scena di Pietrino Vanacore, l’inchiesta sull’omicidio di via Poma entra in una fase di stallo apparente, per poi cambiare radicalmente traiettoria. Se il perimetro del condominio non offre più risposte immediate, la Procura di Roma decide di scavare all’interno della rete di relazioni che ruota attorno all’A.I.A.G. e alla struttura direttiva che gestisce la sede di via Carlo Poma.

L’attenzione degli inquirenti si sposta su un nome di peso nell’ambiente dell’associazione: l’architetto Cesare Valle, figura chiave della dirigenza, e sulla sua cerchia familiare. È in questo contesto che emerge la pista che porta a suo nipote, Federico Valle.

A spingere gli investigatori verso il giovane è la deposizione di un testimone austriaco, Roland Volper, il quale dichiara che Federico Valle gli avrebbe confidato di essersi ferito a una mano proprio nel pomeriggio del 7 agosto 1990 e di essersi recato nell’appartamento di via Poma per cercare aiuto o pulirsi. L’ipotesi accusatoria ipotizza una presenza non autorizzata nell’ufficio, un incontro fortuito con Simonetta Cesaroni e una lite degenerata nel massacro a colpi di tagliacarte.

Il quadro sembra arricchirsi di un elemento scientifico fondamentale: la presenza di una traccia ematica di gruppo genetico diverso da quello della vittima, individuata sul manipolo della porta dell’ufficio e sul blocco della serratura interna. Per la prima volta, la polizia scientifica dell’epoca maneggia la prova del sangue di un estraneo lasciata sulla scena del crimine.

Federico Valle viene iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario. Per mesi, il nome del giovane viene accostato al delitto da una copertura mediatica battente. Vengono disposti esami ematologici e comparazioni molecolari sui campioni prelevati all’imputato e alla vittima.

I risultati delle analisi biologiche e genetiche condotte all’inizio degli anni Novanta, tuttavia, smentiscono l’impianto accusatorio. Il gruppo sanguigno di Federico Valle non corrisponde alla traccia ematica repertata sulla porta dell’interno 7, e la deposizione di Volper rivela forti incongruenze e mancanza di riscontri oggettivi.

Nel giugno del 1993, il Giudice per le Indagini Preliminari emette un decreto di proscioglimento con formula piena per Federico Valle e per il nonno Cesare Valle. La pista del datore di lavoro e della dirigenza A.I.A.G. si rivela un altro vicolo cieco. L’impronta ematica dell’assassino sulla porta dell’ufficio resta lì, congelata nei reperti giudiziari, in attesa che la scienza forense faccia il salto di qualità decisivo negli decenni a venire.

Capitolo 5: Il DNA sul corsetto: l’illusione della svolta

Passano oltre quindici anni prima che l’archivio del delitto di via Poma si riapra. Nel 2004, le indagini vengono riavviate sotto la spinta delle nuove tecnologie di genetica forense. Quello che all’inizio degli anni Novanta era un limite insuperabile per la scienza dell’epoca torna ora sul tavolo dei periti del RIS di Parma, guidati dal colonnello Luciano Garofano, con la promessa di estrarre profili genetici da quantitativi infinitesimali di materiale biologico.

L’attenzione degli investigatori si concentra sugli indumenti indossati da Simonetta Cesaroni al momento dell’aggressione e conservati nei corpi di prova giudiziari. In particolare, le analisi balistiche e biologiche vengono eseguite sul corpetto e sul reggiseno della vittima. I risultati dell’amplificazione del DNA individuano tracce di saliva e cellule di sfaldamento ascrivibili a un profilo maschile ben preciso.

Quel profilo appartiene a Raniero Busco, l’ex fidanzato di Simonetta all’epoca dei fatti.

La Procura di Roma iscrive Busco nel registro degli indagati per omicidio volontario con l’aggravante della crudeltà. Secondo la ricostruzione dei magistrati, il pomeriggio del 7 agosto 1990 l’uomo si sarebbe recato nell’ufficio di via Poma, dove tra i due ragazzi sarebbe nata una lite violenta culminata nell’aggressione mortale. A rafforzare l’impianto accusatorio interviene una perizia medico-legale che individua sulla mammella sinistra della vittima una ecchimosi circolare, interpretata dagli esperti dell’accusa come un segno di morso compatibile con la conformazione dentale dell’imputato.

Il 26 gennaio 2011, la Terza Corte d’Assise di Roma condanna Raniero Busco a ventiquattro anni di reclusione per l’omicidio di Simonetta Cesaroni. Dopo più di vent’anni, la giustizia sembra aver finalmente trovato il colpevole, e l’opinione pubblica accoglie il verdetto come la parola fine su uno dei gialli più oscuri della storia italiana.

Si tratta, tuttavia, di un’illusione destinata a durare poco.

Nel processo d’appello, avviato nel 2012, la difesa contesta radicalmente le fondamenta scientifiche della condanna. La nuova perizia super partes ordinata dalla Corte demolisce le certezze del primo grado: la presunta lesione da morso si rivela una ecchimosi generica non databile con certezza, mentre il DNA di Busco reperito sul corsetto viene classificato come “traccia da contaminazione o da contatto indiretto”, compatibile con la normale frequentazione affettiva tra i due fidanzati nei giorni precedenti al delitto e preservata dal degrado proprio per la conservazione del reperto.

Il 27 aprile 2012, la Corte d’Assise d’Appello di Roma assolve Raniero Busco “per non aver commesso il fatto”. La sentenza viene confermata in via definitiva dalla Corte di Cassazione il 26 febbraio 2014.

L’illusione della svolta scientifica si infrange contro la rigidità del dubbio ragionevole. L’inchiesta torna al punto di partenza, trasformando la traccia genetica sul corsetto nell’ennesimo miraggio d’archivio.

Capitolo 6: I trent’anni di ombre e la verità negata

Il verdetto definitivo della Corte di Cassazione nel 2014 risuona come un punto di non ritorno. Dopo quasi un quarto di secolo, la parabola giudiziaria del delitto di via Poma si chiude senza un nome, senza un volto e senza una risposta per la famiglia di Simonetta Cesaroni. Ma la storia del quarto piano dell’interno 7 continua a consumare le esistenze di chi ne è stato attraversato, lasciando dietro di sé una scia di tragedie collaterali e nodi mai sciolti.

La figura più drammatica di questa lunga ombra resta quella di Pietrino Vanacore. Il 9 marzo 2010, alla vigilia della sua citazione come testimone nel processo di primo grado contro Raniero Busco, il vecchio portiere di via Poma si toglie la vita immergendosi nelle acque di Torre Ovo, in provincia di Taranto. Lascia un biglietto scritto a mano, secco, disperato: «20 anni di sofferenza e di sospetti portano al suicidio». La sua morte sottrae al dibattimento l’ultimo testimone chiave del pomeriggio del 7 agosto 1990, sigillando per sempre i suoi ricordi e i suoi silenzi.

Negli anni successivi, la Procura di Roma avvia ulteriori approfondimenti d’indagine nel tentativo di percorrere nuove piste o verificare reperti mai analizzati con le più recenti tecnologie molecolari. Vengono riesaminati i registri di portineria, le posizioni dei dipendenti dell’A.I.A.G. e le utenze telefoniche legate agli uffici. Tuttavia, ogni tentativo di riapertura si scontra con l’inevitabile degrado del tempo: reperti non idonei, campioni biologici esauriti durante le perizie dei decenni precedenti e testimonianze sbiadite o rese impossibili dal decesso dei protagonisti. Nel dicembre 2023, la magistratura dispone una nuova archiviazione del caso.

Simonetta Cesaroni resta così una ragazza di ventun anni fermata nel pomeriggio di un martedì d’agosto, la cui voce è stata soffocata in un ufficio silenzioso del quartiere Prati. Intorno al suo ricordo rimane un fascicolo giudiziario gigantesco, fatto di decine di migliaia di pagine, perizie scientifiche contrapposte e tre grandi processi finiti nel vuoto.

Saldo e Conseguenze

Il bilancio giudiziario dell’omicidio di via Carlo Poma è un vuoto assoluto: zero colpevoli, tre piste principali crollate al vaglio delle sentenze e un conto umano devastante. Pietrino Vanacore ha concluso la propria esistenza con un gesto estremo dopo vent’anni di sospetti; sospettati ed ex indagati come Federico Valle e Raniero Busco hanno visto le proprie vite stravolte da lunghi iter mediatico-giudiziari conclusi con assoluzioni piene; la famiglia Cesaroni, a oltre tre decenni dai fatti, non ha ottenuto la verità legale sulla morte di Simonetta. L’arma del delitto non è mai stata trovata e le chiavi dell’ufficio sottratte quella sera non sono mai riemerse.

Ieri come Oggi (Il ponte col presente)

Il delitto di via Poma rappresenta il punto di frattura tra l’investigazione tradizionale del Novecento e l’era della genetica forense. Mostra il rischio intrinseco di inseguire la fretta del colpevole mediatico a scapito della rigidità scientifica sulla scena del crimine: quando i reperti originari vengono contaminati o isolati male nelle prime ventiquattr’ore, neppure le tecnologie più avanzate del futuro riescono a restituire la certezza della prova.


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